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27.04.2008 - "LA TRADIZIONE ORALE NELL'AFRICA SUB-SAHARIANA".
Il giorno 27 Aprile 2009 alle ore ore 11.00 nell’aula Aula BPZ (Buon Pastore) per la presentazione si è tenuto l’Incontro dibattito con Mandiaye Ndiaye, regista-attore senegalese sul tema "La tradizione orale nell'Africa sub-sahariana" Come noto il confine nord dell’Africa non è il Mediterraneo, ma è il Sahara. La specificità dell’Africa subsahariana è senz’altro da rintracciarsi in una modalità molto specifica del rapporto fra uomo e territorio. Si tratta di un rapporto “denso”, ma che non si esprime in modo particolare nelle strutture materiali. L’Africa subsahariana conserva rare vestigia edilizie importanti delle civiltà passate; e alcune di queste sono di importazione islamica (certe moschee). Vale a spiegare questo fatto certo la deperibilità dei materiali usati; ma certo vale anche il fatto che le civiltà originarie africane annettono meno importanza ai simbolismi iscritti in un patrimonio edilizio permanente, in quello che noi chiamiamo “monumento”. Sicché nello stesso continente (topograficamente considerato; ma già sappiamo che ciò significa poco) abbiamo il massimo e il minimo delle civiltà costruttrici: l’Egitto dei Faraoni e i popoli subsahariani. Una faccia significativa del rapporto degli uomini col territorio è la forza della tradizione orale: la conservazione della quale, la sua trasposizione recente al registro delle culture scritte, mostra anch’essa una ricchezza di relazioni fra l’uomo e il territorio, che anch’essa aiuta a comprendere i problemi anche delle civiltà più legate alla materialità. Poi viene la specificità dei “generi di vita” africani. L’Africa tradizionale è essenzialmente rurale. Anche l’Europa di ancien regime lo era. Ma l’Africa lo è più profondamente, in quanto anche la città, come il monumento, è un’eccezione nel continente. La cellula fondamentale, ancor più che altrove, è il villaggio. In questo il confronto utile è forse con l’Europa alto medievale. Eccezioni a questo universo di villaggi sono i popoli integralmente nomadi come i Peul, o l’insediamento sparso della cresta Congo-Nilo, in particolare il Burundi. Le città sono eccezioni: le “piattaforme ruotanti” del commercio transahariano che sono le città saheliane, i porti e scali “arabi” dell’Oceano indiano. E poi le città coloniali recenti. Il villaggio è l’unità di sfruttamento agro pastorale di un territorio ampio, ma, ancora una volta, non contrassegnato dall’appropriazione esclusiva “La terra appartiene sempre a qualcuno”, ma al fine del suo utilizzo. In sé e per sé, la terra si può affittare, ma non vendere. Essa “appartiene a Dio”. In tutto questo è evidente che si mette in qualche modo tra parentesi lo strutturarsi dello spazio africano in seguito al colonialismo europeo. Questo si costituisce con modalità non molto diverse da quelle della privatizzazione delle terre comuni, avvenute tempo prima in Europa: si considerano “di nessuno” le terre che costituiscono lo “spazio di riserva” dei villaggi”. Il paesaggio linguistico degli stati dell’Africa è caratterizzato dalla coesistenza di una molteplicità di lingue, prodotta dalle sedimentazioni della storia e dalla geografia. I linguisti ne censiscono oltre duemila attualmente parlate (Heine, Nurse 2007; Mutaka 2000; Webb, Kembo-Sure 2000) che rendono il continente quello con il maggior grado di complessità, spaziando tra famiglie linguistiche afro-asiatiche, nilo-sahariane, Niger-Congo, khoisan e le austronesiane diffuse in Madagascar; tra tutte queste, almeno cinquanta lingue sono usate da oltre un milione di persone nell’Africa contemporanea. Alla pluralità di lingue locali, rispondenti alle molteplici società con ricche culture dell’oralità, si sono affiancate nel tempo lingue veicolari trans-territoriali legate alla religione – come l’arabo diffuso dal Nord nella zona sudanese e in Africa orientale – e a logiche di scambio commerciale – come il kiswahili in Africa orientale, il lingala nel bacino del Congo e hausa, bambara e dioula in Africa occidentale; queste sono state e sono funzionali alla comunicazione orale tra chi parla lingue madri diverse. Su così complesse e stratificate mappe si sono poi imposte le lingue delle potenze europee che si spartirono il continente nell’ultimo quarto del XIX secolo. Il rapporto di dominazione si strutturò anche sul piano linguistico con l’imposizione della lingua straniera sulla varietà di quelle locali, neglette e svalorizzate al rango di dialetti, mere forme espressive della subalternità che però spesso travalicavano le frontiere degli artificiali stati coloniali. L’effetto di spersonalizzazione dei governi coloniali nell’amministrazione, nelle limitate politiche educative – per lo più delegate alle missioni religiose (Ndongmo 2007, 22-60; Leon 1994) – e nel contesto di dominazione psicologica e culturale non determinò la scomparsa degli idiomi locali che, sebbene marginalizzati, sopravvissero in virtù della resilienza delle società africane e delle forti disparità regionali mantenute dal dominio del colonizzatore. Tuttavia, è soprattutto dopo la fine del colonialismo che l’uso delle lingue coloniali si è esteso, dato che gli Stati africani neoindipendenti hanno elevato al rango di lingua ufficiale quella dell’ex potenza europea affiancandovi idiomi nazionali tra quelli maggiormente diffusi nel paese; le lingue materne, che comprendono molte parlate locali, sono state considerate gregarie e minoritarie e non hanno ricevuto statuto ufficiale in ragione del relativo raggio di estensione (Chimhundu 1993, 40-48) Ma le lingue non sono puramente denotative, portano con sé valori, storia, visioni del mondo. Ecco perché francofonia, anglofonia e lusofonia hanno prodotto, secondo Achille Mbembe (2000, 20), un’“indigenza linguistica”tanto più grave perché ostacolo alla comprensione tra cittadini africani e hanno anche rappresentato il problema pedagogico più spinoso. Mandiaye N'Diaye nasce a Diol Kadd N'Diaye in Senegal. Nel 1988 arriva in Italia, in Romagna a Ravenna, come immigrato per aiutare la sua famiglia lavorando come venditore ambulante e sarto. Nel 1989 entra a far parte del Teatro delle Albe di Ravenna e in pochi anni diventa un Attore professionista riconosciuto a livello nazionale ed internazionale. Ha pubblicato insieme a Luigi Dadina il testo di Griot Fulêr per la casa editrice AIEP Guaraldi. Ha partecipato a numerosi convegni in Italia testimoniando la fecondità del dialogo tra culture diverse. Ha partecipato inoltre come attore ai film: La casa del sorriso di Marco Ferreri (1990), La vita in gioco di Giuseppe Bertolucci (1992). Tra il 2001 e il 2002 Mandiaye N'Diaye ha collaborato con l'Associazione senegalese Man Keneenki, diretta da Jean-Michel Bruyère, associazione che coniuga il destino dei ragazzi di strada di Dakar con quelli di artisti teatrali e circensi, da cui essi apprendono esperienza per sviluppare il proprio talento artistico. Dalla fine degli anni '90, assieme al Gruppo teatrale delle Albe, organizza laboratori teatrali in Senegal per ragazzi di strada e matura l'idea di realizzare attività nel suo paese di origine senza lasciare l'Italia ma favorendo relazioni di cooperazione culturale, sociale ed economica. Nel 1994 decide di far nascere nel suo Villaggio di origine l'Associazione TAKKU LIGEY ( darsi da fare assieme ) coinvolgendo alcuni giovani per organizzare alcune piccole attività sociali, con l'aiuto del sociologo di Reggio Emilia Prof. Claudio Cernesi, studioso e appassionato del Senegal. Nel 2001 Mandiaye decide di lavorare ad un Progetto che coinvolga direttamente il suo villaggio di origine con l'aiuto degli amici italiani, mettendo in relazione Teatro e attività di sviluppo economico. Nel 2002 realizza in Senegal e i primi contatti di verifica del Progetto. Nell' Estate 2003 : a Diol Kadd in Senegal con lo scrittore- regista Gianni Celati e nascita della idea di uno primo spettacolo teatrale sulla Ricchezza e la Povertà tratto dalla trascrizione in lingua wolof del Ploutos di Aristofane. Si svolgono le prime prove con la partecipazione di ben 150 abitanti del villaggio, di tutte le età,con 30 ragazzi/e attori protagonisti e la scrittura di una prima sceneggiatura per la realizzazione di un film collegato allo spettacolo con la regia di Gianni Celati. Il lavoro continuerà fino al maggio del 2006. Nel 2003, in collaborazione con Gianguido Palumbo come esperto di Cooperazione Internazionale a Roma, elabora il Progetto delle 3T terra-turismo-teatro per il programma MIDA finanziato dal Ministero Affari Esteri Italiano in collaborazione con OIM Italia. Nel 2006 il Festival Internazionale delle culture migranti della Provincia di Lecce NEGROAMARO invita Mandiaye come Direttore Artistico della sezione teatro e debutta con lo spettacolo "Gioco della Povertà e della Ricchezza" di cui è regista e autore. Nel gennaio del 2007 nel villaggio di Diol Kadd c’è stato lo spettacolo del Teatro delle Albe "Ubu Buur" che vede protagonisti Mandiate N'Diaye (padre Ubu) Ermanna Montanari ( madre Ubu) , un coro di scatenati adolescenti africani e la regia di Marco Martinelli. |
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